prima del Match
Pensavo di scrivere di più, ma non ho molto tempo. Mmm, forse sta prendendo un po' una piega nerd questo racconto :D e vabè, vada come vada!#1
#2
"Ciao, Jan." "Ciao Edge!" Jan passa un metal detector sulla tuta, mentre mi dice: "Allora, come va, spacchiamo tutto oggi?" Senza aspettare una risposta, in tono scherzoso: "Allora, vediamo se stavolta hai qualche cheat installato... da come ti muovi sul campo si direbbe che ce ne hai una dozzina almeno!" Ride. Il lato sinistro del corridoio in cui mi trovo è un lungo specchio; partendo dal fondo il mio sguardo si arrampica lateralmente fino a poggiarsi su sé stesso. Una geometria ovale di piccoli riflessi luminosi danza sulla visiera che occupa quasi tutto il casco. Il resto della tuta è un insieme di fibie, display, rinforzi, ma soprattutto sponsor. Scritte di sponsor ovunque. A braccia sollevate mi sto facendo passare il metal detector a pochi centimetri dal groviglio di marche. Alla fine l'apparecchio emette un bip soddisfatto, seguito da un sorriso soddisfatto di Jan, e da un "Bene" sempre soddisfatto e ancora di Jan. "Ah, mio figlio era contentissimo per l'autografo, grazie! Facciamo il tifo per te!" Vado oltre. Il mio sguardo di nuovo fisso sul fondo. Arrivo in una stanza circolare, "A1" scritto in grande sul pavimento, e 20 loculi verticali, ognuno con le chiare lettere di un nome. Poco dopo i miei occhi si posano su "Edge O'Blade" e i miei piedi li seguono. Sento i passi ben prima che mi raggiungano, ma continuo a guardare fisso davanti a me, finché una mano sulla spalla mi ferma. Deliberata lentezza accompagna il mio voltarmi. Vengo accolto da una frase banale: "Che vinca il migliore." Pausa. "Ovvero io." Sorriso. L'angolo del labbro si solleva in uno strano tic. "Ci vediamo dentro, cularrosto." Pausa. L'angolo della bocca scatta ancora. In un vorticare di sponsor si volta, pochi passi ed entra a qualche loculo di distanza, con scritto sopra "Synthex". Senza aver detto una parola entro nel mio. Mi volto, due ante si chiudono sulla stanza. Un faretto rosso si accende sopra di me. Poi, proiettato con una tenue luce azzurra sull'interno della visiera, mi si accende l'head up display. Una scritta lampeggia al centro: "please stand by for injection". Sulla sinistra vita e armatura sono a 100. In un attimo la pistola lascia la fondina alla mia anca destra e si porta a riposo a lato della testa. Obbediente appare a destra sullo HUD un 17, il numero di proiettili nell'arma, e in piccolo 4, il numero di caricatori. Un sospiro e sono pronto.
il Campione
Il titolo presagirebbe un post di quell'altra serie, invece continuo l'ultima. Dopo il prologo, enter the main character.Le luci accese nei grattacieli mi fanno pensare a piccole formiche, che scalando la loro Torre di Babele tentano la conquista del cielo. Tante torri, miliardi di formiche. Dietro di me la luce si accende, sovrapponendo prepotentemente sulla larga finestra il riflesso della stanza allo skyline urbano. I miei occhi si mettono a fuoco sul mio riflesso. Ragazzotto robusto, volto sbarbato, capelli leonini fino alle spalle, tuta nera. Mi volto. Con la mano ancora sull'interruttore un ragazzo coi capelli ingelatinati a formare un piccolo crestino, un piercing al sopracciglio sinistro, giacca e cravatta, e un sorriso che mostra tutti i possibili denti, bianchissimi. "Ti piace il mio nuovo panorama? Sai, me l'ha fatto il migliore designer della piazza." mi dice. Mi volto a guardare le formiche, poi mi dirigo pacatamente verso la poltrona di cuoio nero dietro la scrivania nera, con un portamatite nero contenente una penna nera e una matita nera, e nient'altro. La poltrona fa un sospiro buttando fuori l'aria mentre mi siedo. Ora riflesso sulla lucida scrivania, il sorriso mostra ancora tutti i suoi denti, forse aspettando una risposta, o un cenno di apprezzamento. In un certo senso lo accontento. "Ti sarà costato un rene". "Poi dici che io penso sempre ai soldi." Si avvicina, si appoggia con tutte e due le mani sulla scrivania, chinandosi in avanti. Non avendo più a disposizione il riflesso, uscito fuori campo, sono costretto a guardarlo in faccia. "Allora, sei pronto?" mi dice. "Per quanto possa valere." "Mmm, ci risiamo. L'abbiamo già fatto questo discorso. Sì, è vero, l'all-in-one sportivamente non vale molto. Diciamocelo, non vale un cazzo. È spettacolare, ma non vale un cazzo. Ma proprio perché è spettacolare lo sai quanto valore ha." "In soldi." "Si, in soldi, sai, quella cosa che è meglio averne tanti rispetto ad averne pochi, ce l'hai presente?" "Hmph" mi volto. Una Gioconda sulla parete mi sorride. Probabilmente non sto ricambiando. Lui continua: "Questa è una polpetta succulenta per gli sponsor. Quindi meglio vai, meglio è. Il bello è che anche se vai male, si sa come vanno le cose, poi non conta un cazzo, insomma," voltandomi verso di lui lo ritrovo a gesticolare in giro per l'ufficio. Mi ricorda un personaggio di una serie di videogiochi proprio vecchissima, Stan. "...non ci hai niente da perdere se non una buona occasione. Ehi, Alex" si ferma guardandomi "da quanto tempo sono il tuo agente?" Sollevo gli occhi al cielo. "Dai, rispondi, da quanto tempo?" "Tre anni." "Allora, in tre anni, ti ho mai dato cattivi consigli? Ti sei mai detto 'Ehi, certo che quel Dan mi ha proprio detto una cazzata!', ci hai mai perso qualcosa a fare quello che ti dicevo?" Mi prendo il gusto di una pausa, per bofonchiare poi un "no" chiaramente buttato lì per asecondarlo. "E allora" avvicinandosi ancora. "dai il tuo meglio. Lo so quanto ti piace, non mi freghi con la tua aria scocciata, so che una volta là dentro spaccherai il culo a tutti. E ti divertirai un mondo nel farlo. È un gioco per te, no?" "Scusa, ma che altro dovrebbe essere?" Ride. "Hehe, dai, andiamo. Ce l'hai la tuta?" Indico con lo sguardo una valigetta bordeaux lasciata vicino all'entrata. "Bene. Dai, alza quel culo dalla mia poltrona. C'è un mucchio di gente che t'aspetta." Mi alzo. Mi frugo in tasca, tirandone fuori un auricolare con un piccolo display. Giro una manopolina, fino a che la scritta azzurrina sul display non si ferma a radiowvl.net. Me lo metto. Una voce femminile. "...tra pochi minuti. Ci saranno le vere scintille. Che ne dici, Bob?" Prendo la valigia, usciamo. "Beh, io la mia l'ho già detta. Quest'anno tra le prime categorie sembra esserci meno differenza. Insomma, ci sono alcuni nomi della B e della C che potrebbero dare il proverbiale filo da torcere a quelli della A." Fuori dall'ufficio la hall. Una segretaria ci saluta, dice qualcosa ma la voce è coperta da "Quindi se ne dovrebbero vedere delle belle. E di quelli della D e della E che mi dici?" In fondo alla hall, un ascensore. Appena il mio agente pigia il pulsante un dlin e l'apertura della porta ci accolgono. "Hehehe. Come al solito. Sono bravi, ma non hanno chance. In compenso sono tanti, e in ogni caso senza di loro..." Dentro, le porte si chiudono. Su una tastiera Dan digita qualcosa. L'ascensore comincia a scendere. "...sarebbe meno spettacolare." "C'è un qualche favorito?" Dan mi dice qualcosa, dalla sovrapposizione delle voci decripto un "guarda che traffico oggi, quanto ci mette a caricare!" La radio continua "..nda difficile. Come ti ho detto c'è insucurezza. Si sa, ci sono i soliti della A, come Synthex, o Edge. Però il bello dell'all-in-one è anche l'impossibilità di fare pronostici." Dlin. Le porte si aprono. Il caos copre le parole della radio. Reporter ammucchiati intorno, flash che saettano, domande inintellegibili. "Edge, Edge, come ti senti?" "Edge! qui, qui! Edge o' Blade! Credi di vincere oggi?" Interviene Dan con il migliore dei suoi sorrisi. "Ragazzi, fatelo passare. Non lo vedete come è in forma? Però gli fate perdere la concentrazione!" Ci fanno passare, ma non ci risparmiano altre domande. Poi di fronte al silenzio, rimangono indietro, probabilmente aspettando qualcun altro da assalire. "Lì c'è il log-in per gli spogliatoi. Ce l'hai la tua firma?" Mi avvio verso la porta senza rispondere. "Spacca tutto, io vado a parlare con quelli della TNT. Ti guarderemo, fai del tuo meglio! Un contratto con loro ed è fatta!". Mi frugo in tasca. Un portachiavi rosso a forma di sinuoso geco. Una sola chiave, di quelle di un tempo, solide. Sopra la porta, un cartello, ingresso riservato agli atleti. Sotto, in grande, WVL. Più sotto, in piccolo, World Videogame League. Chiave nella toppa, giro, entro.
storia alla ricerca di un titolo
Ma sì, un raccontino leggero leggero, puro divertissement. Ogni tanto ci vuole. Occhio al to be continued, però. Ah, no, non credo che continuerò la storia del fuggitivo, ma sicuramente continuerò quella che porto avanti in modo stradiluito da così tanto tempo.La fila sosta ordinata davanti allo sportello. A capo chino, guardo il lucido pavimento riflettere la mia immagine. Faccia sbiadita, cravatta sgualcita, sopracciglia spioventi. L’immagine della mediocrità quando diventa triste. Guardo ciò che tengo in mano: bollette da pagare, una l’hanno dovuta rimandare con la sorattassa per il ritardo nel pagamento. Alzo la testa e mi guardo intorno. L’agenzia è luminosa, il sole entra da un'alta vetrata orizzontale, per essere sezionato da una tapparella a bande larghe, ora disposte in modo da far entrare più luce possibile. Milioni di granelli di polvere sono colti in flagrante nel loro placido moto browniano, e navigano come plancton in un mare altrimenti pulitissimo. Alcuni clienti, finite le loro faccende finanziare, si guadagnano il prima possibile l’uscita, una porta girevole che non lascia intravedere l’esterno. Davanti a me un paio di spalle ben piazzate e ben vestite, una bombetta all’inglese, corti capelli bianchi di vecchiaia. Sta arrivando il suo turno, poi tocca a me.
Sto sistemando il bollettino dell’ultimo pagamento ricevuto. Fatto. Sollevo gli occhi. Attraverso lo sportello vedo il prossimo cliente: un anziano, vestito distintamente, spalle ben piazzate, in testa una bombetta, un volto gentile. Un inglese? Un gentleman, nel salutarmi si toglie la bombetta, la ferma a mezz’aria. C’è qualcosa di strano, tutta l’agenzia pare fermarsi sull’orlo di un respiro, come se il vecchio con la bombetta fosse un direttore d’orchestra e avesse appena ticchettato sul leggìo con la bacchetta per riportare all’ordine gli strumenti persi nella melodica cacofonia degli accordi. Ecco, silenzio. Un gesto della mano, un gesto misurato e veloce, il gesto dell’illusionista. E non è più una bombetta quella che tiene in mano, ma una Colt, di quelle usate nel vecchio West, ma completamente lucida, d’argento. Con sicurezza, luccicante al sole che inonda la sala, la canna si sposta sul mio viso. Metto a fuoco il volto dietro quel buco nero, sembra essere cambiato, lunghi capelli bianchi gli scendono sulle spalle. Nonostante la minaccia mi giro. Lì, sulla parete, c’è la top-lista dei ricercati, con particolare attenzione ai rapinatori. E in cima c’è lui. Capelli lunghi, fieri nonostante il bianco della vecchiaia. Conosciuto come Underdog. Nonostante il soprannome, mai catturato.
Una Colt. Quell’uomo tiene in mano una Colt. Tutti se ne sono accorti, e sembrano paralizzati dal terrore. Lo riconoscono. Il re delle rapine. Lo vedo, a tre sportelli da quello che mi ha appena servito. Vestito con una palandrana da cowboy. Una palandrana? Ma non aveva...? “Ora, signori, le classiche parole: fermi tutti, questa è una rapina.” Il tono è calmo, sicuro di sé. Con gesto teatrale estende il braccio sinistro dietro di sé, senza nemmeno guardare, e dalla manica esce con uno scatto meccanico una piccola pistola, puntata sul petto del prossimo della fila, faccia sbalordita, cravatta sgualcita, sopracciglia spaventate. Soffocando un urlo si getta all’indietro urtando gli altri, che fanno altrettanto. Trambusto. “Non c’è bisogno di confusione, calma, non sarà una piccola rapina a cancellare i vostri risparmi, l’unica cosa a cui probabilmente tenete. Basta che non fate gli eroi, sapete quanto possa far male.” Guarda ancora fisso la cassiera davanti a sé, la Colt puntata su di lei, l’altra arma puntata indiscriminatamente sulla folla dietro di lui. Mi guardo intorno. Eccole. Le guardie giurate. Completamente, innaturalmente immobili. “Allora, signorina, probabilmente lei crede nell’infrangibilità di questo simulacro di vetro che ci separa.” Il colpo esplode inaspettatamente, strappando un altro grido collettivo di paura. Poco sopra la testa della cassiera un buco nella parete, allineato con un corrispondete buco nella vetrata.
“Sa com’è” afferma ancora con calma e sicurezza il rapinatore “non esistono protocolli two-way sicuri, quano ci sono in giro io. E non provi il logout, lo sa quanto ci si mette, e quanto si è più vulnerabili nel mentre. Quindi ora, da brava, mi dia i soldi. No, le guardie non l’aiuteranno. Un piccolo e non proprio casuale problemino ha fatto cadere loro la connessione. Quanto ai programmi di sorveglianza, al momento credo stiano provando a risolvere il paradosso del mentitore, capisce, troppo impegnativo per loro.” Alcuni bisbigli di stupore si sollevano intorno. Ora l’hanno riconosciuto tutti. Sussurrano. "Underdog, il più imprendibile rapinatore di banche online, più di cento colpi!" "Uno che si è programma da solo tutto quello che usa!" "Roba che può uccidere, dicono..." Nessuno reagisce.
Il Sognatore / parte II
state sulle spine per sapere come va a finire quell'altra storia, eh?eh?!
....
eh?
...
vabè, io invece continuo questa.
# 1 # 5
"Chi sei?", il suo sguardo poco dopo sfuggiva di lato, verso la polvere che incrostava la finestra. Rimasi in silenzio per qualche secondo, cercando di scegliere le parole. Il suo sguardo scartava di lato, fino a poggiarsi sul suo vicino di letto. Il mio lo seguì., poggiandosi su un uomo di cui non riuscivo a definire l'età. Aveva gli occhi spalancati, azzurri come il cielo, terribili, fissi sul soffitto, e la bocca che ritmicamente si apriva e chiudeva, lentamente, ma con la precisione di un metronomo. Quando riportai lo sguardo sul Sognatore, il suo era già su di me. Solo allora iniziai a parlare. "Sono..." il discorso che mi ero preparato si sciolse dopo le prime due sillabe. "Senti" continuai, mentre i suoi occhi ancora una volta cambiavano obbiettivo. Era come se il suo sguardo si stancasse in fretta di siò che vedeva; come un uccello guardingo, mai su di un ramo per più di pochi secondi, i suoi occhi svolazzavano di immagine in immagine. Ma io continuai: "so che tu l'hai vista, e so che sai di chi sto parlando." "Oh, se lo so...", mi disse dopo qualche istante in tono insondabile, mentre il suo sguardo si posava distrattamente sulla lampadina che appesa nudamente a un filo elettrico tentava di scacciare indietro le ombre che attanagliavano la stanza. "La coda di una stella cadente che squarcia il velo della notte, le onde di una scia che scuotono questi gusci anche quando il suo passaggio è lontano, l'odore di fiori che impregna le narici d'inverno, ma è solo memoria." Diceva questo mentre il suo sguardo continuava a vagare lentamente per la stanza. Le sue parole mi rendevano insicuro. "... non... non sono venuto qui a sentire declamazioni auliche..." I suoi occhi rotearono verso di me. "Anche la tua anima lo ha sentito. Ha sentito il richiamo, il richiamo che rende tutto il resto irreale. Questa nostra vita, una conchiglia chiusa in se stessa. La nostra coscienza, un essere informe al suo interno, troppo delicato." Mi guardava le mani... almeno a giudicare dalle pupille. Non riuscivo a interromperlo, le sue parole risuonavano con la mia mente, rintronandomi. "Può sempre accadere. La conchiglia si rompe, si apre il vaso di Pandora. Frammenti inutili, niente più ci protegge, il nostro cielo si fa troppo grande, pare voglia inghiottirci nella sua enorme vacuità." Ora guardava verso l'alto, sembrava stesse recitando un salmo. "Io non ho retto. Mi sono ucciso. Quasi. Quattro piani non sono bastati, mi hanno raccolto, mi hanno salvato, secondo la loro logica, così facile, così sbagliata." Di nuovo le pupille tornarono a insrociare le mie. "E ora guardami. Mi è rimasto solo il sogno. Vivo per quei momenti in cui come pesanti sipari le mie palpebre calano su questo sordo dolore, e finalmente posso cogliere i frammenti di ciò che è più reale di quanto possano catturare queste retine così fedeli." Per la prima volta da quando lo vedevo i suoi occhi si chiusero, mentre la sua voce mormorava "Perché ciò che è veramente reale sfugge a ogni realizzazione." Poi li spalancò nuovamente. "Perché sei qui?" "Voglio sapere dov'è. Dov'è lei?" "Addormentati, e la vedrai." "No, voglio incontrarla di persona!" "Allora non hai capito ancora quanto poco senso abbia dire 'di persona'." I suoi occhi interruppero il loro percorso verso l'uscita per cogliere i miei. "Io esisto?" mi chiese bruscamente. Esigeva una risposta. "... sì, sei qui davanti a me." "Davvero?" mentre le sue pupille riprendevano il loro vagabondaggio, "Fatti un giro nella Grande Città, davvero esisto? Ci sono prove della mia esistenza?" "La Giunta... non vuole far sapere nulla di te. Non vogliono si sappia in giro di buchi neri come questo ospedale." "Come se interessasse a qualcuno. Questo è un non-posto per eccellenza." "E comunque credo abbiano paura dell'idea che il sogno sia meglio di questa loro realtà." Stava inseguendo con lo sguardo un grosso moscone, disperso in quel luogo senza uscita. "Oh già, pare io sia divenatato una leggenda sotterranea. Il Sognatore, colui che vive al di là del velo di Maya... ne dicono tante di me. Ma se qualcuno non ti avesse indirizzato a me, esisterei davvero? E se fossero state le sue parole a crearmi? Se fossi solo un mezzo, utile a portare avanti la tua storia, se al di fuori dei tuoi occhi, e delle parole che senti, se io lì non ci fossi?" Rimasi in silenzio per qualche secondo. Poi parlai: "Se proprio devi essere un mezzo, dovrai dirmi qualcosa o sarai completamente inutile." Per la prima volta da quando lo vedevo, il suo sguardo si fissò su di me. "Guardami. Credi che l'utilità sia ciò che cerco? Ma ti dirò ciò che ho visto. Tu sai che tra queste pareti incrostate di oblio non posso aver visto nulla, per cui ascolta di conseguenza." Trasse un sospiro, poi continuò: "Lei è in un posto assolato, dove crescono rigogliose vigne, e faggeti lasciati a sé stessi, e tu non la raggiungerai mai. Ora ho bisogno di vivere. Lasciami dormire."
Mmm, due lei misteriose in due storie diverse... però mi sono venute così...
mmm, parte seconda
Fa caldo in questi cazzo di vestiti. L'aria di questa notte, porca vacca mi si appiccica addosso. Dovevo scegliermelo meglio il tizio. E ora? Forse un treno, sì, un treno merci. Viaggiare clandestinamente. Direi "che figata!", se non fosse che è tutto il contrario. Toh, un pacchetto di sigarette nel taschino. Me ne infilo una in bocca, ho bisogno di calmarmi. Ma tastandomi il resto della giacca, niente. Niente accendino. Ma che schifo di sfigato! Te ne vai in giro senza manco un cazzo di accendino. Il tubo in testa te lo sei meritato. Vediamo. Ecco. Tre tizi, più avanti, in tre qualcuno ce l'avrà da accendere. Mi avvicino un po', e capisco la situazione. Due sono di spalle. L'altro gli saranno rimasti due neuroni nel cervello, e gli servono principalmente a trovarsi la vena nel braccio. Neanche mi nota, appunto, quei due neuroni stanno facendo altro. Degli altri, uno ha già ricevuto i soldi, e l'altro sta per passare la dose. È un attimo. Il pesante vaso gli piomba dritto sulle spalle, così forte da spaccarsi. Prima che l'altro possa reagire si becca un cazzotto sul grugno. Poi si rialza. Non fiata il bastardo. Che lavoro di merda. Ha un coltello. "Oh, hai un coltello." Calcio nei coglioni, una mano afferra la sua per tenere la lama lontano. L'altra lo tempesta di cazzotti, in breve il naso cede, e poi cede lui, maschera di sangue. Cazzo. Aveva un cazzo di coltello, ma che cazzo mi succede?! Porca puttana quello poteva ammazzarmi, e io non ho fatto un piega... L'altro si sta per rialzare mugugnando qualcosa. Colpo secco, gli pianto il piede in testa e la faccia sul marciapiede. Fuori combattimento. Il cerebroleso capisce solo ora il fatto che sia successo qualcosa, ancora qualche secondo e magari capisce pure cosa. "Sparisci, stronzo." Le parole colpiscono i due neuroni, che fanno il loro dovere. "La... la dose... mi serve..." "E allora prenditela e vaffanculo." Si precipita sulla dose caduta poco più in là, per terra. Poi fa per andarsene, ci ripensa, e torna sul tizio, a prendere altra roba. Forse l'ho sottovalutato, magari ce n'ha tre di neuroni. Io intanto mi lavoro l'altro, più interessante. Un mucchio di soldi. E un accendino. Sapevo che era una buona idea. Le mani mi tremano un po', ma dopo un paio di tentativi la sigaretta, ancora lì in bocca, si accende. "Oh, t'ho detto di andartene affanculo." Mentre sta lì, ancora piegato sul tizio, un calcio in faccia lo convince del tutto. Se ne va. Penso che lo ritroveranno morto in un vicolo del cazzo per la roba che si prenderà. Ma in fondo sticazzi. Ora devo andare.La stazione, eccola. L'ora sembra quella giusta, sta albeggiando, dovrebbero partire i primi treni. Tanto qualunque posto va bene. Ecco, un vagone, un mucchio di bidoni tenuto da un telone in tensione. Tra il telone e i bidoni c'è abbastanza spazio. Mi ci infilo. Porca troia, fa già caldo adesso, mi immagino cosa sarà il giorno. Tlanc. Il treno sta partendo. Do un'ultima occhiata fuori. Ed eccola lì, ferma, mi sta guardando, a una cinquantina di metri di distanza, vicino a quei vagoni dismessi e arruginiti. Ha. Ti ho fregato di nuovo. Le mostro il dito medio. Vaffanculo. Vaffanculo vaffanculo vaffanculo. Prima o poi ti stancherai, no? Perché io invece no. Io proprio no.
mmm
Altro periodo di inattività, uno dei miei soliti.Ma parlerò d'altro. Di cosa ancora non so.
Roma ad agosto è deprimente. Fin qui ho tipo scoperto l'acqua calda. Ma è ancora più deprimente se sei un filino propenso a deprimerti. Ma visto che tempo fa mi ero ripromesso di non scrivere più di tali vaccate, o di scriverne il meno possibile, cambierò nuovamente argomento.
Potrei entrare in modalità Narratore, ad esempio.
"E qui potete ammirare una delle migliori opere del Pappacello. Nella parte alta delle pareti si trova un ciclo di affreschi raffiguranti la storia di Roma. Particolarmente pregevole è il pannello raffigurante la battaglia sul Trasimeno..." poi la voce della guida si confonde nel brusio dei pensieri. Intorno sguardi incuriositi, forse un po' preoccupati. Turisti. Turisti del cazzo. Ma in fondo anch'io sono solo un turista del cazzo in questo momento. Magari puzzo un po'. È un po' che non mi lavo, in effetti.
Poi, in un attimo, un'ombra ai limiti del campo visivo. Lo sguardo che di istinto si volta. Lei. Maledizione. La sua sagoma, inquadrata nel centro prospettico di tre porte aperte. Mi ha raggiunto anche qui. Qualche istante più tardi non la vedo più.
Deve bruciare tutto. Devo di nuovo cancellare le mie tracce. Smetto di essere un turista del cazzo qualunque.
E di nuovo in fuga. Questa volta l'ho combinata grossa. È bruciato tutto. Il prezioso museo del '500. Ma non mi posso fermare. Lei mi sta ancora dietro. Se mollo sono finito. Per non farmi prendere basta cambiare il volto. Non credevo di essere un esperto. Eppure sto facendo impazzire tutti. Sebbene miei identikit fiocchino in ogni angolo, non sono riusciti ancora a prendermi.. Hehe, dev'essere la fortuna del principiante. Sto pensando a questo, mentre vedo il suo riflesso in una vetrina. Mi volto, e non vedo più niente. Cazzo. Se comincio pure ad avere le allucinazioni, sono proprio cazzi. Devo controllarmi. Però è meglio essere sicuri. Meglio sparire di nuovo, fuggire ancora. Affretto il passo, prendo vie che non conosco. D'altra parte non conosco niente di questa città del cazzo. Ecco, più avanti, un uomo cammina da solo, è vestito elegante, ma non troppo, non dà nell'occhio. E poi è della mia stazza. Qualche secondo e capiterà sotto quel lampione rotto. Ecco. Il tubo di ferro sulla nuca lo convince a svenire. Chissà se si risveglia. Sticazzi. Sì, mi stanno bene, i vestiti mi stanno bene. Ora, via, via di qui.
Basta così. Cioè, basta per dare un minimo di sostanza a questo post.
Passo e chiudo.
...perso...
Inverno, la spiaggia è infinita. Verso est si inarca a voler affrontare l'orizzonte, granelli di sabbia che la vista fa correre in lontananza. A ovest chilometri più avanti un imponente promontorio blocca la vista, ma la spiaggia gli sfugge di mano e continua oltre, abbracciando il mare...Mare, mare invernale, scuro, insondabile, quasi immobile ma nerissimo. Neanche un'anima in giro. Le onde lambiscono i piedi, il gelo li impallidisce ma non li ferma. Passo dopo passo le gambe si concedono alla morsa dell'acqua, e poi il bacino, poi l'addome con un fremito, il petto e per il freddo manca l'aria, eppure l'acqua arriva fino al collo, per poi risalire il mento... respirando si sente l'odore del sale, perché anche il sale ha un odore... le labbra, quelle labbra, da tempo aride e secche, e poi l'acqua entra nelle narici, a pizzicare la mucosa. Il respiro comincia a mancare, ma non il passo, che continua ad avanzare saltellando come si fosse sulla luna... luna, luna piena che non si volta mai... gli occhi si chiudono, ma il nero cambia di poco... e poi lasciar andare tutto per capire cosa succede a non governare più la realtà, a lasciare che le enormità nascoste si muovano per conto loro, senza le briglie accuratamente assicurate da una vita di piccoli aggiustamenti...
Una foresta, caldi colori autunnali. Un tappeto di foglie soffice, un passo leggero, poi un altro, e poi sdraiarsi. Ma il vento spazza via tutto.
Sabbia, ancora sabbia. Un deserto fisso davanti agli occhi, con la continua sensazione che nel frattempo dietro si stia tramutando in qualcosa d'altro, che voglia tirare qualche brutto scherzo. Ma non c'è da scherzare. Il vento, ancora lui, si alza di improvviso, fa volare qualche granello, che poi diventa qualche miliardo di granelli, fino a diventare un numero imprecisato di granelli a volare come schegge impazzite. E nessun riparo. Si può provare a coprire gli occhi... per non vedere... se non si vede nulla esiste.
Una città sommersa. Colonne lasciate alle alghe, antichi splendenti templi relegati a elememosinare il sole dall'opacità dell'acqua. Il sottomarino comandato a distanza esplora, ignaro del sudore di persone vecchie migliaia di anni lavato via dall'acqua salmastra come niente fosse.
Ora... una città, nel pieno della sua frenetica incessante inarrestabile attività. Tra qualche ora un terremoto ucciderà duemila persone. Ma questo loro non lo sanno. E poi hanno altro a cui pensare. Ecco, due di loro, due che verranno uccisi dal crollo di un palazzo, si incontrano, in una piazza, una piccola piazza riparata dal brusio di chi va per la sua strada. Sembrano annusarsi guardinghi. Un tempo si conoscevano. E ora? Ma superano il sospetto, si riabbracciano, si riconciliano. Durerà poco.
La luna. Sulla luna niente accade. Non c'è vento, né acqua a erodere le orme del tempo. Il tempo non esiste... o forse sì. Ogni tanto un meteorite lo vuole ricordare, legge oraria, spazio è velocità per tempo. Ma è inutile. Nessuno ricorda.
Il terremoto c'è stato. I sopravvissuti si sono fermati. Era tempo che non si fermava tanta gente insieme. E ora? sembrano chiedersi. Non lo sanno, sulla loro agenda non era segnato, li ha colti impreparati. E poi come diavolo si organizzano i funerali?
Il gatto annusa la bottiglia. Un odore così forte, così strano. L'uomo non sembra reagire, o almeno non sembra voler reagire. Ha altro a cui pensare. Ad esempio a come ha fatto a capitare lì. Non se lo ricorda. Forse la bottiglia può rispondergli. Il gatto sobbalza al movimento, non immaginava potesse succedere. Vuota. Maledizione. Proprio quando stava per arrivare alla soluzione, la soluzione di tutto. Finiscono sempre sul più bello. Ma c'è ancora qualche goccia... sul fondo, sì, si vede ancora qualche goccia. Poi il terreno vibra, impercettibilmente, ma sia il gatto che l'uomo lo percepiscono. E capiscono di essere fuori posto.
Un aereo di linea, stabilmente pressurizzato. Due occhi sono appoggiati sul sedile avanti, a far masticare avanti il tempo. Perché? Perché da solo su quell'aereo? E ci si chiede il senso... ma quando lo si vuole il senso, non lo si trova mai. Mentre il senso inaspettato, quello che ti rovina tutto, è sempre in agguato.
Non ha senso. Perché un uomo dovrebbe mai scegliere quel pacchetto lì? Davanti al negozio, brutto dilemma. Non è forse meglio... la violenza del tremore sbatte tutti a terra.
L'acqua è sempre meno gelida. Il mare è un amico, è la culla della vita. La coscienza scivola via tra le pieghe della mente. Così, il sorriso sulle labbra, perché tanto non importa. Penserà a tutto il mare. Nero e terribile. Ma penserà a tutto lui.
Un attimo... ancora un attimo... ecco, tutto fatto. - Come sto? - Ah benissimo. - Ma la piega qui? - Non le piace? - No, no, non è quello... - Se vuole glieli aggiusto. - No, no, vanno bene così. - Sicuro? - Sì... una volta venute in un certo modo, le cose vanno lasciate come stanno, no? - Eeeh, che le devo dire, non cambiare è più facile... uh ma guardi! - Dove? - Lì, non vede? - Cosa?
Dietro la casa, la casa dell'infanzia, la casa degli inizi. Là dietro, un angolo buio, mai rinchiuso dalla realtà delle percezioni. Forse... forse è lì che bisogna cercare una risposta. Eh, ma poi la gente cosa penserà? Il pensiero della gente è dannoso. La sua ombra arriva lontano. I suoi passi risuonano nel profondo. Un freno, una briglia da mordere, una gabbia fatta di normalità. Quando la risposta è a pochi passi, in un angolo buio.
Non c'è più nessuno. Il ristorante è completamente vuoto. Solo due camerieri vagano come silenziose guardie a far finta di essere indaffarate, con un occhio saettante in continuazione verso le lancette, sperando che la frequenza dello sguardo possa accelerare quella dei loro battiti. Non arriverà. Inutile aspettare ancora. O leggere per la centesima volta la prima pagina sul terremoto. Tanto si leggono le stesse cose che si leggeranno sulla terza tra un paio di giorni, poi la settima, la decima, la quindicesima. Poi di nuovo la prima quando ci sarà la storia strappalacrime della bambina rimasta più di una settimana viva tra le braccia fredde e rigide della madre. Tra un mese sarà dimenticato. Non si parla più del Sud Est asiatico, costato 100 volte più morti, questo a confronto è una bazzecola. In fondo che importa. Comunque non arriverà. Se non arriverà cosa importa di migliaia di morti? Se non arriverà perché stare ancora qui? Forse, forse perché tornare a casa adesso vorrebbe dire sprofondare...
La luna oscurata da una nuvola, rende il mare ancora più nero, l'arcata della spiaggia ancora più asfissiante nella sua enormità. E l'acqua sembra ancora più immobile. Non un sospiro la increspa, non un fremito la disturba.
Il Sognatore / parte I
... e si continua...
Questa storia sarà la mia rovina. Non vedo altra via d'uscita, solo un sordo presentimento di pura sventura. Sì, lo so, me lo sento, finirò come il Sognatore. Me l'aveva indicato il Re dei Barboni, la Grande Città gliel'aveva bisbigliato all'orecchio. All'Ospedale. Quando entrai mi assalì un odore dolciastro di sangue, misto a quello acre e pungente di disinfettante. Corridoi lunghi, alti, molti letti ammassati ai lati, strabordanti dalle stanze ormai colme. Da uno di questi un paio di braccia gesticolavano vagamente nell'aria come ad afferrare delle lucciole che solo gli occhi deliranti del paziente potevano vedere. Un vecchio più in là gemeva, riuscendo a volte a interrompere il flusso disarticolato di suoni che gli sgorgavano dalla gola e dicendo "no... non voglio diventare uno scarafaggio, no... no... non voglio...", dopodiché tornava a vomitare tosse e grugniti. Ogni singola molecola d'aria sembrava pesare il doppio in quel luogo. Un'infermiera, grassa e zoppicante, mi passò accanto ignorando me così come tutti i pazienti intorno. Buttai un'occhio in uno degli stanzoni. Dieci letti, una grigia finestra in fondo. Uno dei vecchi, scheletrico e scavato, con la testa stancamente incastonata nel cuscino, stava ricevendo visite. Intorno a lui i famigliari parlottavano; sicuramente ognuno di loro avrebbe scelto tutt'altro posto rispetto a quello dove stare in quel preciso istante. In fin di vita, il loro parente non aveva la minima intenzione né di guarire, né di mollare. Andai oltre. Un'altra infermiera, magra, occhiaie le segnavano il volto e le sottolineavano lo sguardo vuoto. "Scusi..." iniziai, ma non ottenni la minima reazione. "È inutile." sentii dire dal mio lato. La voce apparteneva a un volto imperlato di sudore, due occhi grandi febbricitanti, una bocca dalle labbra screpolate, mi guardava dal suo cuscino. Continuò: "Praticamente non stanno dietro a noi pazienti se non quando c'è da sgombrare il letto, si figuri se stanno appresso ai visitatori. Guardi." Sollevò le coperte, una gamba fasciata di rosso... no, la fasciatura era bianca, ma il sangue l'aveva del tutto conquistata, e si apprestava a sconfinare nel lenzuolo. "È così da stamattina. Nessuno a parte lei l'ha ancora vista." E sorrise il sorriso dei disperati. Non sapevo che dire. Attorno al momento non c'era nessuno. "Oh, non si preoccupi, lei non può fare niente. Ma sta cercando qualcuno?" mi domandò. Reticente, ma risposi "... vorrei parlare con il Sognatore..." Pareva contento di potersi rivelare utile a qualcuno. "Ah, sì, quello. Lei è un giornalista, vero? Il Sognatore, ci parlavo un po', quando potevo ancora camminare. Lui certo non può venire a farmi visita. Primo piano, terza stanza a destra, letto in fondo a sinistra" E sorrise, ancora quel sorriso. "Grazie, posso fare qualcosa per lei?" allora gli chiesi. "Oh, no, niente di legale. Vada, vada." Mi incamminai inquieto, circondato dai gemiti di dolore dei pazienti che mi stavano intorno. Primo piano. Qui era più tranquillo, pareva che la maggior parte qui non avesse neanche la forza di lamentarsi. "Permesso." il vocione di un infermiere mi scostò, poi la barella che sospingeva, con un ragazzo catatonico sopra, venne parcheggiata su un lato, e l'infermiere svanì come era apparso. Terza stanza a destra. Ancora quella finestra incrostata di grigiume, la stessa per tutti gli stanzoni. Dieci letti, gremiti di umori e amarezza. Letto in fondo a sinistra. Il Sognatore era davanti a me, e mi guardava. Guancie infossate, naso pronunciato, fronte aggrottata, occhi svegli e assonati allo stesso tempo, e non un movimento che potesse scuotere il suo corpo. Paralizzato. Dal collo in giù.
...to be continued...